Ente
Lanificio di Strona
Data: 1925
Data di fondazione
Dal “Annuario Generale della Laniera”, 1934
- Natura giuridica
- Qualifica:
- Società anonima
- Luoghi di attività
- Luogo:
- Strona
- Storia istituzionale
- Dal “Annuario Generale della Laniera”, 1934: produzione di “Drapperia unita e di fantasia in vari pesi e finezze, tessuti misti di fantasia, rigati per calzoni, gabardine"
Presidente cav. Enrico Valle
Capitale sociale: 900.000 lire
Forza lavoro: Operai: 100 uomini e 150 donne, Impiegati 5
Macchinario: Telai pesanti 66
Forza motrice: HP 80
Esportazione: America del Sud, Oriente, Grecia, Turchia, Egitto e Indie Inglesi
Telegrafo: Lanificio, Telefono 1773
Da "Eco di Biella" del 22 settembre 2025 [articolo di Danilo Craveia]
Quando deve girare male… Aveva ragione l'ingegner Edward A. Murphy Jr. quando “teorizzò” la sua fatidica legge. Il caso, anzi il triplo caso, del Lanificio di Strona è, in questo senso, da manuale. Si basa su tre “vite”. Prima vita. Nel 1861, in quel di Valle San Nicolao, lungo lo Strona, fu attivato un lanificio. L’imprenditore che prese l’iniziativa era Giuseppe Antonio Strona. Classe 1808, l’industriale mossese sapeva il fatto suo, tant’è che nei primi anni Settanta di quel secolo, lo stabilimento contava 60 operai. Quelle maestranze azionavano tre assortimenti, settecento fusi di filatura, venticinque telai manuali sfruttando una forza motrice derivata dal torrente di quindici cavalli dinamici. Dove fosse esattamente quel lanificio non è chiaro. Tra Campore e il “Mulin Gros” (ex Albino Botto), ma poco importa. Lo stesso Strona “oltre la fabbrica suddetta ne tiene altra in affitto, distante un cinque minuti, e là trovansi parte dei telai, gualchiera e guernizzaggio”, leggi guernissaggio (così la “Guida” Coiz del 1873). Si cavilli pure sul fatto che quello era il Lanificio Strona e non il Lanificio “di” Strona, ma non sarà una preposizione semplice a complicare le cose… Ciò detto, tutto sembrava andare per il meglio, ma nel 1880, e più precisamente il 29 aprile, il vecchio Strona passò da questa a miglior vita. Capitava già allora. Il defunto, strappato ai vivi da una polmonite, fu additato sui giornali quale “uscito da umile famiglia, scarso di beni di fortuna, ma dotato di mente perspicace e di anima nobile e generosa, seppe da semplice e modesto operaio, mediante indefessa attività, saggia economia e solerte industria, elevarsi all’agiata condizione di onorato fabbricante. Uomo di carattere era a’ suoi subalterni un continuo esempio di pacatezza e di onesta: nobile scuola a cui dessi quasi da pregiatissima fonte attingevano i più sublimi sensi del dovere e dell’onore”. Di più: “buon cattolico, la sua credenza alla Religione mantenne sempre intemerata. Amatore della pace, la serbò in casa e fuori, né mai volle immettersi in affari che noi riguardassero; che se era richiesto, di buon grado vi si prestava godendo in cuore di potere essere utile agli altri. Benefico senza ostentazione, scrupolosamente ascondeva alla sinistra il fatto dalla destra”. E “padre di numerosa prole la volle e seppe informare ai più sodi principii della cristiana educazione”. Eccolo, infine, “onesto, laborioso ed ottimo padre di famiglia, ebbe la soddisfazione di lasciare, come lui, figli onesti, laboriosi ed ottimi padri di famiglia, che sapranno mai sempre ispirarsi in ogni circostanza alla venerata memoria del padre loro”. Purtroppo, però, qualcosa non andò per il verso giusto. Nel 1884 la ditta era fallita. Nel 1885 l’avv. Marco Pozzo di Candelo, futuro Senatore del Regno, era ancora impegnato a curare un fallimento tutt’altro che indolore. L’anno successivo, i figli del fondatore, Cesare, Giovanni ed Ernesto, erano già stati processati e condannati per bancarotta semplice e, a mezzo stampa, annunciavano ricorso in appello. La Banca Popolare di Biella e non pochi creditori attendevano l’esito del procedimento. Ma l’esposizione dell’istituto di credito fu tale che, a distanza di dieci anni, fallì a sua volta. E non solo il dissesto aveva avuto un effetto tanto ampio al di fuori della famiglia, ma anche internamente, sulle prime, non risparmiò nessuno, nemmeno gli altri due figli maschi e la madre vedova. Ci vollero diversi gradi di giudizio per escludere dalle responsabilità fallimentari la signora Benedetta Cimma, il sacerdote don Celestino Strona e il giovane Riccardo Strona, quest’ultimo studente a Torino e minore d’età all’epoca del crack. La vicenda fece giurisprudenza e si può trovare pubblicata in più di un volume uscito ai tempi dei fatti.
Seconda vita. Nel 1925 nasceva il Lanificio di Strona (questa volta “di” è incluso nella ragione sociale). Dall'“Annuario Generale della Laniera” del 1934 si apprende che la produzione era di “drapperia unita e di fantasia in vari pesi e finezze, tessuti misti di fantasia, rigati per calzoni, gabardine". Il presidente era il cav. Enrico Valle, il capitale sociale ammontava a 900.000 lire, la forza lavoro era composta da 250 operai, di cui 150 donne, e da cinque impiegati. Il macchinario annoverava 66 telai pesanti mossi da una forza motrice elettrica di 80 HP. I tessuti prodotti erano esportati in America del Sud, Oriente, Grecia, Turchia, Egitto e Indie Inglesi. Niente male. Eppure… E dire che, oltre al presidente, già titolare della ditta Valle & C. di Cossato, dirigevano l’impresa anche altri uomini di provata esperienza (Ettore e Vincenzo Bozzalla Pel, il rag. Eugenio Fasanotti, Giuseppe Graf, Riccardo Gronda, Albino Guelpa e Silvio Mombello). E gli amministratori non erano da meno. Nell'adunanza generale del 17 gennaio 1934 vennero nominati consiglieri l’avv. Romano Gazzera, Armando Valle, Attilio Depetro e Vincenzo Rizzo. Eppure… Va detto che con il suddetto Vincenzo Bozzalla Pel i rapporti non erano idilliaci, tanto che nel 1934 fu necessario un arbitrato per dirimere una controversia interna all’azienda. E l’azienda era in perdita (non lieve) già dal 1933. Fu aumentato il capitale (raddoppiato nel 1936 e di nuovo raddoppiato in seguito fino a raggiungere i 3,6 milioni di lire di allora) e la ditta partecipò alla Mostra di Forlì nel dicembre del 1936. Eppure… Nel 1937, in data 24 marzo, la seconda vita del Lanificio di Strona era già finita. Con verbale di quel giorno, rogato notaio Jemma, “l’assemblea generale ordinaria, degli azionisti della S. A. Valle e C., con sede in Cossato, ha deliberato fra l’altro, nella parte straordinari, la fusione della S. A. Valle e C. con la S. A. Lanificio di Strona con sede in Strona, mediante incorporamento della S. A. Lanificio di Strona nella S. A. Valle e C.”. Nel gennaio del 1938 il nuovo assetto societario fu raffinato. Per effetto della suddetta fusione “la nuova società mantiene la ragione sociale di S. A. Valle e C. e gestirà la filatura e tintoria di lane pettinate di Cossato e la fabbrica di drapperie Lanificio di Strona”. Una sede secondaria di una certa rilevanza, ma senza più una propria identità autonoma. Con questa configurazione, la seconda vita fu spenta dalla guerra.
Terza e ultima vita. Nel 1978 si stava assistendo all’agonia di un gigante, ossia il Lanificio Albino Botto. Il fabbricone del già citato “Mulin Gros” stava per chiudere i battenti. Le ripercussioni occupazionali erano più che evidenti. La vallata stava attraversando un periodo non facile e la fine di una realtà rilevante come quella non prometteva nulla di buono per tutto il comparto. Ai primi di ottobre di quell’anno, però, si fece avanti una nuova e insperata possibilità di salvezza. Correva voce che un non meglio identificato “Lanificio di Strona” avrebbe rilevato l’immensa struttura produttiva con l’intento di proseguire, al suo interno, la storica attività tessile. A capo della società acquirente c’era un novarese, Giancarlo Franchi, e il liquidatore, Francesco Reale, era ormai a buon punto nella trattativa per la cessione. Giancarlo Franchi aveva assicurato la salvaguardia dei posti di lavoro, inclusi quelli delle tre aziende affittuarie di alcune aree dello stabilimento (Pettinatura Vallestrona, Tintoria Tyros e Filatura Eurocampore). Nel 1981 fu concluso l’iter di acquisto dei volumi. Tre miliardi di vecchie lire. Sembrava la soluzione al problema, ma se fosse stato così, non se ne parlerebbe in questa pagina. Alla fine del secolo e del millennio, nel 1999, il Lanificio di Strona era in attesa dell’ufficializzazione del concordato preventivo. Il commissario giudiziale, dott. Ugo Mosca, stava tentando di gestire la situazione, tra sindacati sul piede di guerra, UIB e mobilità imminente. Meno di tre anni dopo, stanti i debiti contratti con la Manifattura Lane Gaetano Marzotto & Figli S. p. A. di Valdagno, si arrivò alla vendita all’asta degli immobili. Varie aste non portarono a nulla, ma all’orizzonte c’erano nubi ancora più scure. Nella primavera del 2003, i giornali usarono la parola crack per descrivere un punto di non ritorno e l’esordio di una inchiesta giudiziaria che stava facendo emergere, al di là del fallimento de facto, anche e soprattutto condotte fraudolente, spregiudicate operazioni finanziarie occulte che conducevano al Liechtenstein, prestanome e figure quanto meno sospette. L’ultima vita si è conclusa nel 2007 in tribunale con nove condanne per associazione a delinquere e/o affini. Quando deve girare male…
- Funzioni e attività